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:: Nascita e sviluppo dell'IP Pertini e il suo inserimento nella realtà del territorio ::
   di Mauro Di Grazia (Ex Dirigente) - 13 Nov. 2008


Interventi per il Ventennale   Una sera dell'estate scorsa ci siamo fermati a cena in un ristorante fuori Lucca e alla cassa, al momento del conto, la signora mi saluta e mi dice. "Lei non si ricorda di me, ma io mi ricordo bene di lei". "Ha avuto un figlio al Pertini!" dico, come mi capita spesso. La signora replica: "No, ho frequentato il corso di formazione per operatori turistici che il Pertini ha organizzato tanti anni fa: è stata un'esperienza molto interessante. La ricordo con grande piacere: eravamo fianco a fianco i vostri insegnanti e noi imprenditori turistici...". Commosso e orgoglioso, ho richiamato alla memoria quel 1996 in cui riuscimmo ad organizzare con l'APT di Lucca e Viareggio, con la Camera di commercio, con la Provincia, con le associazioni di categoria, un corso di aggiornamento sulla "Evoluzione del sistema turistico", per il quale chiamammo importanti esperti locali, regionali e nazionali. Volevamo aggiornare i nostri insegnanti, ma pensammo subito di aprire l'iniziativa agli imprenditori lucchesi del settore, che infatti accorsero numerosi. Ecco, il Pertini ha sempre coltivato questa missione e sempre ha avvertito di essere una risorsa del territorio, anche quando il termine non era inflazionato come oggi.

  Nel 1996 il Pertini aveva otto anni e già compiva azioni singolari. Me ne chiedete la storia e volentieri ripercorro la gestazione. Sono stato insegnante, alla fine degli anni 70, al Civitali, allora e fino al 1993 Istituto Professionale Femminile (femminile, ma aperto anche all'altro sesso): fui assegnato al settore turistico e ne rimasi ammirato, per la qualità dei colleghi e per la buona disposizione dei ragazzi, figli di lavoratori, impiegati, piccoli imprenditori, interessati ad un sapere attivo. Del Civitali, dopo un concorso nazionale, sono diventato preside nel 1983, un quarto di secolo fa. Era una scuola enorme con gravi problemi strutturali ed edilizi, incubi che hanno accompagnato tutta la mia vita professionale, assorbendo impegno e energie che più utilmente avrei potuto impiegare in altri ambiti più interessanti per l'attività educativa.
Nella sede di Piazza del Collegio le aule erano riscaldate dalle stufe a cherosene, lo stato di manutenzione era pessimo, l'edificio precario per un uso scolastico. La succursale di via S. Nicolao non era migliore. Il Comune di Lucca, allora competente in questa materia, affrontava lo sviluppo delle scuole come si affronta in Italia un'emergenza, cercando di tappare le falle. Iniziammo una lunga battaglia, che è stata una costante della mia vita professionale, per dare alla scuola strutture più decorose, più funzionali a rendere accogliente e produttivo un ambiente educativo. Ci furono scontri col comune di Lucca prima, come ci furono con la Provincia, dopo il passaggio ad essa delle competenze: a volte anche duri, perché non ci contentavamo. La nostra rabbia scuoteva a malapena l'aplomb degli amministratori lucchesi, che salvo rare eccezioni, di distinguevano per il disinteresse verso la scuola: triste primato che purtroppo anche oggi ci colloca, come provincia, ai livelli più bassi della classifica nazionale per strutture e risorse dedicate alla scuola (cfr 1° Rapporto sulla qualità della scuola Italiana, 2007).

  Il Civitali negli anni 80 era in pieno boom, incontenibile. Erano gli anni in cui i Licei avevano poche classi e gli istituti tecnici e professionali raccoglievano l'espansione della scolarizzazione popolare e democratica. Nel 1988 le classi arrivarono a 64 e gli alunni ammontavano a circa 1300, stipati in edifici inadatti e pericolosi. Fu così che il Comune di Lucca venne incontro alla richiesta del nostro Consiglio di Istituto di sdoppiamento della scuola. Ci fu, ricordo, l'interessamento di politici locali e una buona considerazione che la scuola aveva guadagnato al livello romano della Direzione Istruzione professionale, oggi estinta. Nell'estate dell'88 arrivò il decreto di suddivisione, con telefonate degli onorevoli che rivendicavamo rispettivamente i propri meriti. Il Civitali partoriva; il Pertini poteva nascere.

  Fu un parto doloroso, per me e per molti insegnanti. La suddivisione doveva essere equilibrata e dovevano essere separati in due i quattro indirizzi. I più consistenti erano il Turistico e l'Infanzia; gli altri erano il Commerciale e la Moda. Unificammo razionalmente turistico e commerciale e lasciammo alla scuola madre Infanzia e Moda. Dicevo che il parto fu doloroso, ma la scelta per me fu facile.
Il settore turistico era sempre stato il fiore all'occhiello del Civitali. Alla metà degli anni 80, con la collaborazione preziosa di risorse interne, giovani e meno giovani, il settore aveva promosso importanti iniziative di sperimentazione: si organizzarono i primi stage aziendali - una novità assoluta per il tempo - con agenzie di viaggio e alberghi, non tanto lucchesi (erano pochissimi allora), quanto versiliesi e montecatinesi, con grande successo e lodi per i nostri ragazzi: si complimentavano con noi per la conoscenza delle lingue straniere e della tecnica turistica. Il merito era da suddividere fra gli insegnanti e i ragazzi, due risorse portentose, gli uni per serietà e competenza (oggi sono in pensione e qualcuno ci ha lasciato: non ne faccio i nomi perché non valevano solo sul piano individuale: erano un team di sviluppo professionale, un'altra invariante del Pertini); gli altri, i ragazzi, per la passione di apprendere e per l'impegno a migliorarsi, virtù che purtroppo sono assai più rare nelle generazioni recenti. Nel settore turistico poi si erano sviluppate altre attività: scambi di classi con scuole straniere, addirittura possibilità di stage all'estero, tutte iniziative per le quali occorreva cercare soluzioni normative innovative, visto che la scuola italiana non le prevedeva. Vero è che anche negli altri indirizzi si era cominciato a fare esperienze analoghe (stage nelle aziende di moda) e, come nel caso dell'Infanzia, si cercavano contatti con artisti come Bruno Munari, venuto da noi a proporre giochi da ludoteca.

  La scelta per me era dunque obbligata: mi affascinava l'idea di una formazione legata al territorio, ad un suo potenziale di sviluppo turistico, che poi effettivamente si è realizzato. La formazione turistica divenne la mia stella e potei iniziare a occuparmene a tutto campo, col valido aiuto del team di insegnanti che mi seguirono. Anche gli insegnanti dovettero optare fra la scuola madre o la nuova. Per scegliere valevano le graduatorie di anzianità e molti mi seguirono proprio perché erano consapevoli dell'impresa omerica in cui si imbarcavano. Si formò un team di operatori "professional", un primo nucleo che si sarebbe via via ingrandito, che badava alle strategie di interattività con i vari soggetti territoriali, in particolare con le imprese turistiche, e all'innovazione didattica. Allora non c'era l'autonomia e ancora non se ne parlava, ma i processi di innovazione covavano nelle pieghe della società e lambivano la scuola, tanto che la nostra Direzione Istruzione Professionale proprio nello stesso anno 1988 lanciò il cosiddetto "Progetto 92", che rivoluzionava la concezione della istruzione modernizzandola, mandando in soffitta il vecchio addestramento professionale in favore di una formazione di base più solida e moderna.

  Nel primo anno non potevamo aderire al Progetto 92. Eravamo presi dal trasloco. Uscivamo da Piazza del Collegio e ci facevano entrare qui, a Palazzo Bertolli, nel dicembre 88, con i lavori in corso che ci accompagneranno per anni. Aderimmo al Progetto invece l'anno successivo, nel 1989, superando le resistenze di chi rischiava di perdere posto, mettendo l'interesse generale al di sopra di tutto. E iniziò da lì in poi un'avventura professionale straordinaria. Assieme al Datini di Prato e poche altre scuole toscane, il Pertini divenne punto di riferimento del Ministero per la Toscana. Il sottoscritto e molti insegnanti negli anni successivi furono sottoposti a importanti momenti nazionali di formazione e di riflessione didattica, che fecero sì che l'innovazione, sul terreno fertile e ricco di humus del Pertini, si diramasse da un gruppo all'altro. Si rafforzò il lavoro per materie, lo scambio di esperienze, la programmazione comune, il lavoro di gruppo - ancor oggi unica scelta strategica per togliere la scuola dalla palude in cui rischia di affondare. Si consolidò negli anni un lavoro di squadra, una corrente di energia che, a metà degli anni 90, in un'esperienza nata dalla collaborazione con IRRSAE Toscana (oggi sciolto e assorbito dall'ANSAS) trovò una forma organizzativa matura, sopravvissuta, penso, fino ad oggi.

  Mentre la partecipazione ai gruppi nazionali portava linfa nuova e favoriva la circolazione delle migliori prassi didattiche, l'esperienza con l'IRRSAE ci fece incontrare nel 1994 una persona di grande valore come Piero Romei, un professore di Bologna - purtroppo scomparso un anno fa -, il primo studioso italiano di teoria dell'organizzazione applicata alla scuola, che ci diede le basi teoriche su cui costruire il modello organizzativo della nostra scuola. L'esperienza con Romei durò quattro anni, dal '94 al '98 e coinvolse molti docenti: sperimentavamo come far crescere la qualità dell'insegnamento e migliorare la qualità organizzativa della scuola, in collaborazione con altre scuole italiane. Da allora cominciammo a pensare alla scuola come organizzazione complessa, da ri-formare sulla base di due strutture portanti - i consigli di classe e i dipartimenti/gruppi disciplinari - e di un organismo di comando plurimo, costituito da una leadership allargata, funzionale a favorire la comunicazione interpersonale e professionale. Ne nacque il modello che, con sorti alterne, abbiamo cercato di implementare nel corso degli anni, valorizzando le responsabilità, arricchendo la professionalità docente con competenze aggiuntive, in controtendenza rispetto all'appiattimento imposto dai contratti nazionali che mai hanno seriamente affrontato il problema di nuove figure professionali necessarie all'organizzazione scolastica.

  Negli anni successivi, fino ai giorni nostri, il nostro modello pedagogico e organizzativo si è arricchito dall'incontro con i sistemi di qualità, in particolare con i cosiddetti modelli di eccellenza (EFQM) che si adattavano meglio dei sistemi standardizzati allo sviluppo della nostra impostazione. Abbiamo cercato di fare non lo scimmiottamento della qualità di tipo aziendale, ma l'integrazione dei suoi principi nel nostro modello base, partendo dall'auto-valutazione per promuovere il miglioramento continuo.
Sottolineo questo aspetto del lavoro - che ho curato in compagnia di molti insegnanti dello staff direzionale - perché oggi tutto il sistema statale è sotto gli occhi della opinione pubblica che esige una precisa rendicontazione (come diceva Romei) delle risorse che vengono spese per i servizi al cittadino. E' una esigenza sacrosanta, che una amministrazione moderna deve correttamente e trasparentemente soddisfare. Non so se anche al Pertini si nascondesse qualche fannullone: sicuramente sì. So però per certo che per lunghi anni una quantità rilevante di insegnanti a vocazione professionale ha fatto da motore per l'intera organizzazione e che quel gruppo - a cui va il mio più affettuoso ricordo e la mia più grata riconoscenza - ha dato frutti di innovazione pedagogica, relazionale e didattica che ha prodotto importanti risultati: da un parte una qualità riconosciuta dell'insegnamento e dell'apprendimento, testimoniati sia dalla valorizzazione delle nostre eccellenze, sia dal recupero di molti ragazzi a rischio di abbandono scolastico; dall'altra ha prodotto la diffusione anche fuori del nostro territorio di buone pratiche. Ricordo con piacere quando siamo stati invitati da altre scuole toscane e nazionali a fare formazione, a indicare possibili miglioramenti, a suggerire le lezioni del nostro percorso.
Il team di lavoro allora operante, nella seconda metà degli anni Novanta, era arrivato a costituire una task force di supporto ad altre scuole, a Pisa, a Firenze, in Sicilia. Quasi sempre queste mostravano grande difficoltà a dare continuità all'innovazione, disperdendosi alle prime schermaglie interne. La costruzione di una fisionomia didattica innovativa non si improvvisa: è frutto del lavoro costante di lunghi anni, di sedimentazione e di condivisione. Le difficoltà, in questo senso, non mancavano neanche al Pertini, dove non imperava il pensiero unico dell'innovazione pedagogica. Non mancavano, ed erano anzi una risorsa, gli insegnanti "gentiliani", di grande personalità quanto di grande cultura e fascino, che con le loro ironiche obiezioni facevano il controcanto. A questi non era sottratto lo spazio creativo. Le schermaglie casomai erano sui risultati e sull'efficacia dell'insegnamento, a fronte di un'utenza sempre meno attratta dalla bella lezione frontale. La dialettica delle posizioni era parte delle dinamiche interne. Quello che ci rendeva compatti era la logica delle responsabilità professionali. Solo questo piccolo testamento lascia la nostra esperienza al Pertini. Sono passati tanti anni di attesa delle riforme o della Riforma, e mi sento ora di dire con convinzione che solo il riemergere di team professionali può cambiare nel profondo la scuola. Far leva sulle risorse umane e sulla professionalità docente: quindi indirizzare investimenti nella formazione dei docenti, nella valorizzazione delle persone e dei loro apporti, nella circolazione di esperienze, più che grembiulini e voti in decimali per tutti, teneri ricordi di un tempo che fu.

  Ogni organizzazione - e specialmente una organizzazione che vive di denaro pubblico - dovrebbe porsi il problema dei risultati che produce, superare l'auto-referenzialità e rendicontare trasparentemente gli esiti del lavoro prodotto. E' un principio generale dei modelli di eccellenza, è invece una prassi poco comune nella nostra pubblica amministrazione. Quali risultati abbia prodotto il Pertini lo testimoniano le ragazze e i ragazzi - ormai anche loro un po' invecchiati - che hanno riempito le agenzie di viaggio, gli alberghi, gli uffici turistici, le APT della nostra Provincia, magari dopo avervi effettuato uno stage. O che si sono fatti imprenditori di se stessi in campo turistico. Dicevamo delle nostre eccellenze, ragazze e ragazzi di famiglie modeste, seri, tenaci, impegnati, che dalla scuola hanno tratto il valore aggiunto di una formazione efficace, che li ha portati a maturare come persone e insieme come professionalità. Nei primi dieci anni di vita il Pertini ha conservato l'anomalia di essere un IP spurio, un professionale sì, ma di livello "superiore", dove accanto ai molti "sufficienti" della scuola media, si mescolavano ragazzi con percorso scolastico più buono. Questa caratteristica ha consentito di incrociare un buon insegnamento con una utenza mediamente discreta, favorendo lo sviluppo di eccellenze e il recupero dei ragazzi difficili.
Ma già a partire dalla metà degli anni 90 l'utenza stava subendo una evoluzione che abbiamo seguito con apprensione: di anno in anno le nuove generazioni si presentavano sempre più problematiche, i livelli di ingresso si abbassavano, i "sufficienti" crescevano a scapito dei "distinti". Parallelamente si infittivano i casi di disagio scolastico e personale, prima elementi marginali. Cresceva il numero di disabili. Arrivavano gli extracomunitari e col passare degli anni divenivano tanti. Si verificava una mutazione antropologica: le nuove generazioni figlie della società multimediale presentavano bisogni formativi nuovi, che esigevano nuovi approcci.

  Nel frattempo era avvenuta l'unificazione con l'Einaudi, nel 1997, non facile, ma gestita con tutta tranquillità nel giro di un tempo breve. L'integrazione avvenne in primo luogo nel team professionale e rapidamente sul piano relazionale. L'Einaudi ci portò come novità il settore Grafico. Si parlava ormai di Piani dell'Offerta Formativa e iniziammo un lavoro, durato anni, di definizione dei bisogni della nostra utenza e del nostro territorio, delle competenze in uscita dei ragazzi nei vari segmenti del percorso scolastico e si individuarono nuove frontiere e nuove strategie per affrontare la situazione modificata della nostra utenza. La lotta alla dispersione scolastica si affiancò e prevalse sulla valorizzazione delle eccellenze; l'integrazione degli alunni stranieri (in cui si riscontravano nuove eccellenze) diventava priorità, a fronte di una presenza massiccia che faceva del Pertini la scuola più multiculturale della provincia; la politica verso i disabili, sostenuta da un team di docenti di sostegno professionalmente eccellente, diveniva centrale. Era necessario adeguare la strategia alla nuova fisionomia studentesca e l'approccio al disagio, alle famiglie disgraziate, ai comportamenti a rischio, alla violazione delle regole, al bullismo, emergevano come problemi professionali, condizioni di esercizio dell'insegnamento.
Nel ricostruire questa storia, i miei ultimi cinque anni mi appaiono come quelli in cui ci siamo immersi, a mani nude e per lo più da soli, in questa battaglia per tenere in formazione ragazzi difficili, per certi versi estranei, che volevamo capire ma che ci sfuggivano. Abbiamo studiato e lavorato sulla relazione educativa, sull'approccio relazionale, sulle misure di accompagnamento, sul tutoraggio come servizio interno e individuale. Persone preziose, insegnanti, esperti esterni, gli stessi ragazzi coinvolti hanno tessuto reti di relazioni e tentato miracoli. Ci chiedevamo se la scuola è un servizio sociale e concludevamo che, in assenza di altre agenzie, è anche questo, senza tuttavia rinunciare all'insegnamento e alla sua serietà. Sul mio tavolo si accumulavano i dossier sui casi, ragazzi/ragazze sbandati, al limite della legalità, da seguire, da gestire. E si susseguivano i rapporti con le famiglie, frequentemente specchio delle difficoltà dei figli. Abbiamo speso tante energie e molti li abbiamo persi, ma altrettanti ci hanno procurato soddisfazioni enormi, divenendo cittadini maturi e consapevoli. Per questi casi ci siamo spesso trovati a collaborare con altri enti e con le forze dell'ordine, da cui abbiamo avuto sempre la comprensione e l'aiuto che richiedevamo: un aiuto spontaneo e non organizzato, perché purtroppo in Italia non esiste una politica di approccio multilaterale ai problemi dei ragazzi a rischio, come invece avviene nei paesi europei più avanzati. La centralità della dispersione e della prevenzione negli ultimi anni è divenuta l'asse strategico per gli istituti professionali, la loro missione: chiede anche qui risposte nuove, in termini di approcci e metodologie didattiche. A Lucca, in particolare, col progetto MIRO', gli istituti professionali si sono collegati in rete e si sono posti all'avanguardia nella nostra regione per la lotta alla dispersione. In quel contesto il Pertini ha messo a frutto il monumentale lavoro fatto sulle competenze e sulla loro certificazione, sul tutoraggio, sulla presa in carico dei soggetti difficili. La sua esperienza, ancor oggi, è degna di essere conosciuta e apprezzata, purché non si chiuda nell'autoreferenzialità. Dico questo, più che come ex-dirigente, come presidente del Consorzio CIPAT, dove continuo a occuparmi della lotta alla dispersione con passione inalterata, perché è una battaglia di civiltà europea.

  Ho visto recentemente un film bellissimo "La classe" e, incuriosito, sono andato anche a leggermi il libro da cui è tratto. Il libro è desolante nel presentare l'estraneità alla scuola delle giovani generazioni inter-etniche di un arrondissement parigino. Nel diario di un anno di scuola si respira l'acredine dell'insegnante-autore, disgustato dall'insensibilità dei ragazzi, dalla loro pochezza morale, dalle dinamiche relazionali fra loro. Nel film, viceversa, l'acredine è scomparsa e ha fatto posto ad un atteggiamento diverso: l'insegnante (lo stesso autore del libro fattosi attore) coglie ogni occasione per gettare ponti verso i suoi terribili ragazzi, per lavorare sulla lingua, per capire e farsi capire, qualche volta con successo, qualche altra col bruciore della sconfitta. Ma la classe, quell'insieme caotico di giovani confusi, è vitale e dalla tortuosità delle relazioni e dei comportamenti trapela una possibilità di salvezza: una luce in fondo al tunnel a cui bisogna sempre guardare. Le giovani generazioni non sono peggio di noi. Viceversa ci sfidano a fare della scuola non una prigione inutile, ma un luogo in cui crescere come persone e come cittadini liberi. Sarà bello se a loro insegneremo quanto scrisse Primo Levi, che la liberta coincide con l'essere competenti nel proprio lavoro e nel provare piacere a svolgerlo.

  Qualcuno vorrà sapere ora perché intitolammo la scuola a Pertini, morto nel 1990, quando si stava discutendo che nome dare alla scuola. La risposta sta tutta nella frase che è incisa sotto il suo ritratto: "I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo": vasto programma oggi, si direbbe.


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